di Giuseppe Crimaldi


Sono quelli che credono di dettare, se non la legge, il pensiero dominante. Guitti, analisti della supercazzola, politicanti che nella Prima Repubblica – forse – avrebbero lustrato le scarpe alle seconde e terze linee di socialisti, comunisti, liberali e democristiani. Giornalisti incazzati che si sentono portatori del sacro fuoco della verità, ma che da essa sono lontanissimi. Venditori di tappeti, conclamati falsari della notizia.
Sono quelli che infilano le dita in quella marmellata tossica fatta di sigle (woke, antagonisti, anarco-insurrezionalisti che vogliono far deragliare i treni, flottillari figli di papà col conto corrente a sei zeri, signornò per censo e nascita).
Mai visti condividere un moto di pietà con equanima dose per ogni vittima, per ogni ingiustizia. Mai visti sfilare per quattro poveri pakistani bruciati vivi, contro i regimi autoritari che sgozzano i dissidenti, bruciano le Chiese, odiano una popolazione invocandone la sua cacciata “dal fiume al mare”; mai presenti per indignarsi di fronte all’uccisione in pochi giorni di 40mila giovani iraniani, eroi coraggiosi abbandonati da un presidente americano che ogni giorno ne spara a volontà. Non pervenuti di fronte alla macelleria che si consuma in Africa, a partire dal Sud Sudan o dalle più agghiaccianti crisi umanitarie che in quel continente si consumano per i 30 – dico: trenta – conflitti armati tutt’ora in corso.
Hanno tutti in tasca la soluzione dei problemi del mondo, la ricetta giusta fatta di purghe e cianuro. Si ergono a intellettuali e vengono invitati in tv forti del loro pedigree di conduttori comici di Striscia la notizia, di sconosciuti cantanti rap, di pseudoartisti che sputano addosso a chi non la pensa come loro e danno patenti di autenticità a gente come Erri De Luca e Francesco De Gregori: degni eredi di quei “compagni” che nel 1949 espulsero per indegnità gente come Pasolini, Magnani, Valdo Cucchi, Terracini, Rossanda ed altri “eretici”.
Si sentono i depositari della verità, ma sono solo i nuovi cattivi maestri del 22esimo secolo. Che tristezza.

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