di Francesco Speroni*

No, non mi riferisco al libro dell’ex generale Vannacci. Mi riferisco al mondo reale.

Per anni ci hanno spiegato che la politica internazionale era una competizione relativamente semplice. C’erano gli schieramenti, gli alleati, gli avversari, le appartenenze ideologiche. Oggi sembra di assistere a una partita in cui le maglie cambiano colore durante il gioco, gli arbitri discutono con i giocatori e il pubblico non capisce più il regolamento.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump litiga con mezzo mondo, dagli alleati europei fino al Papa. L’Europa critica gli Stati Uniti ma continua a dipendere dalla loro protezione militare, mentre il resto del pianeta assiste a una crisi che potrebbe avere conseguenze enormi e che viene spesso raccontata come una partita di calcio tra tifoserie contrapposte.

In questo clima, perfino distinguere tra ragione e torto diventa sempre più difficile. Non perché siano scomparsi il bene e il male, ma perché la realtà è diventata più complessa delle semplificazioni con cui siamo stati abituati a leggerla.

E qui il mondo sembra davvero capovolto. Dopo mesi di guerra, minacce, ultimatum e dichiarazioni infuocate, si discute ora di un’intesa che, secondo molti osservatori, rischia di apparire come una disfatta degli Stati Uniti e un successo dell’Iran. I dettagli finora trapelati parlano infatti di alleggerimento delle sanzioni (che pesano ininterrottamente sull’Iran dal 1979), sblocco di fondi congelati, ripresa delle esportazioni petrolifere e persino di un impegno reciproco alla non interferenza negli affari interni. Tra i punti più controversi dell’intesa figura anche un fondo internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Iran del valore di circa 300 miliardi di dollari. Per i sostenitori dell’accordo si tratta di uno strumento economico destinato a favorire la stabilizzazione della regione; per i critici assomiglia invece a un gigantesco premio concesso al regime degli ayatollah che resta saldamente al potere. Se così fosse, ci si dovrebbe chiedere a cosa siano serviti tanti scontri, tante vittime e tanta instabilità.

Sul fondo di tutta questa vicenda resta però la questione centrale: Israele.

E Israele, oggi, ha un problema. Si chiama Itamar Ben-Gvir.

Una sessione plenaria nell’aula magna della Knesset, il Parlamento israeliano, a Gerusalemme, il 19 marzo 2025.
Foto di Yonatan Sindel/Flash90

Mentre il Paese combatte una guerra difficile e cerca di conservare il sostegno delle democrazie occidentali, Ben-Gvir sembra impegnato nell’operazione opposta: fornire ai nemici di Israele il miglior materiale propagandistico possibile.

Le sue dichiarazioni incendiarie e le sue posizioni estremiste non rafforzano Israele: lo indeboliscono. Non ne aumentano la sicurezza, ne compromettono la credibilità internazionale. Aiutano chi vuole presentare lo Stato ebraico come una nazione guidata dagli estremismi.

Israele ha il diritto di difendersi. Ma proprio perché quel diritto è sacrosanto dovrebbe essere affidato a una classe dirigente all’altezza della sfida. Ben-Gvir, a mio giudizio, rappresenta invece una delle maggiori vulnerabilità politiche che Israele si è costruito da solo.

E questo problema emerge con chiarezza anche nel trattamento riservato agli attivisti della flottiglia diretta a Gaza. Personalmente non condivido la loro iniziativa e non provo particolare simpatia per loro. Ma il punto non è questo. Quel vergognoso spettacolo non è stato un incidente diplomatico né una gaffe. È stato il riflesso esatto di una certa idea della politica. Ben-Gvir non ha trasmesso un messaggio sbagliato. Ha trasmesso esattamente il suo messaggio. Ed è proprio questo che considero preoccupante. Perché una cosa è la fermezza, un’altra è l’umiliazione deliberata di persone che si hanno in custodia. Una cosa è difendere Israele, un’altra è trasformare ogni confronto in una dimostrazione di forza fine a sé stessa.

Israele ha nemici veri e pericolosi. Non ha alcun bisogno di costruirsi da solo ulteriori problemi politici e morali. Eppure, troppo spesso Ben-Gvir sembra impegnato proprio in questo.

Naturalmente sarebbe troppo facile fermarsi a lui.

In politica le responsabilità non appartengono soltanto a chi parla o agisce, ma anche a chi consente che certe parole e certi comportamenti continuino a rappresentare un governo.

Se Ben-Gvir occupa ancora quel posto, è perché Benjamin Netanyahu ha scelto di averlo come alleato e continua a considerarlo parte della propria maggioranza. Le ragioni possono essere molteplici: equilibri parlamentari, convenienze politiche, necessità di governo. Ma il risultato non cambia.

Davanti alle intemperanze di Ben-Gvir, le prese di distanza del primo ministro sono timide, tardive, insufficienti. Finiscono per apparire come un atto dovuto, non come una reale volontà di correggere la rotta.

Israele attraversa uno dei momenti più difficili della sua storia recente. Proprio per questo avrebbe bisogno di una leadership capace non soltanto di vincere le guerre, ma anche di capire quali battaglie politiche, mediatiche e morali non può assolutamente permettersi di perdere.

Perché, alla fine, la responsabilità di Ben-Gvir appartiene a Ben-Gvir. Ma la responsabilità di Ben-Gvir al governo appartiene a Benjamin Netanyahu.


*Francesco Speroni fino a pochi anni fa ha svolto l’attività di cameraman e editor. È stato documentarista d’arte per poi dedicarsi, a partire dal 2005, alle news, trasferendosi in Israele dove vi rimane quasi cinque anni lavorando soprattutto per Rede Globo. Dopo questo intenso periodo, si trasferisce prima in Giordania, poi nelle Filippine, dove vi rimane alcuni anni lavorando nella produzione cinematografica. 

E’ il Coordinatore per la Versilia della Associazione Apuana Amici Italia Israele.

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