di Francesco Speroni*

L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran del 28 febbraio 2026 ha aperto una frattura che potrebbe cambiare profondamente il sistema politico iraniano. Mentre il conflitto continua sul piano militare, la vera partita si gioca ora dentro l’Iran. Con la morte sotto i bombardamenti della Guida suprema Ali Khamenei, si è improvvisamente aperta la questione più delicata della Repubblica islamica: la successione al vertice dello Stato. Non si tratta soltanto di scegliere un nuovo leader. In gioco c’è l’equilibrio su cui si regge il regime nato dalla rivoluzione del 1979 guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini (1902-1989), che abbatté la monarchia dello scià Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980) costringendolo all’esilio, e fondò la Repubblica islamica. Per oltre quarant’anni quel sistema ha funzionato grazie a un equilibrio tra autorità religiosa, apparato militare e controllo politico della società. Un equilibrio che oggi sembra molto fragile.

Mojtaba Khamenei, foto da Tasnim News Agency

Il nuovo leader scelto per guidare la Repubblica islamica è Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema Ali Khamenei, morto nel conflitto. La sua elezione apre una prospettiva dal valore simbolico e politico spiazzante. La rivoluzione islamica nacque proprio per abbattere la monarchia ereditaria. L’idea che oggi il potere possa trasferirsi da padre a figlio rischia di apparire come una sorta di dinastia di fatto, un tradimento dello spirito originario del 1979. Proprio per questo, secondo le indiscrezioni che filtrano da Teheran, molti ayatollah considerano la scelta di Mojtaba come un atto di nepotismo.

Il vero nodo del potere, tuttavia, non è soltanto il clero. È rappresentato dai Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Non si tratta semplicemente di una forza armata. Nel corso degli anni sono diventati una delle realtà più influenti del paese, con un ruolo che va ben oltre quello militare: controllano settori importanti dell’economia, delle infrastrutture, dell’estrazione petrolifera, dell’industria e del commercio, oltre ovviamente alla sicurezza nazionale. Mojtaba Khamenei ha da tempo rapporti molto stretti con questo apparato, ed è proprio per questo che la sua eventuale ascesa viene letta come il risultato di una forte spinta proveniente da quell’ambiente: i Pasdaran si fidano di lui. Molti analisti leggono nella sua elezione il segnale di uno spostamento degli equilibri interni del regime, con il crescente peso politico delle Guardie Rivoluzionarie. Le conseguenze sono potenzialmente enormi: per oltre quarant’anni la Repubblica islamica ha funzionato come una teocrazia nella quale l’autorità religiosa rappresentava il vertice del sistema. Oggi l’Iran potrebbe trasformarsi progressivamente da teocrazia a regime militare con legittimazione religiosa. L’autorità sciita continuerebbe a esistere con un ruolo solo formalmente predominante, ma in realtà paritario o addirittura – come durante una crisi – subordinato all’apparato militare.

Milizie Basij, foto di Tasnimnews

Accanto ai Pasdaran esiste poi un’altra struttura fondamentale del sistema: i Basij, una milizia paramilitare mobilitata soprattutto per il controllo interno della società. Negli ultimi anni i Basij hanno avuto un ruolo centrale nella repressione delle proteste popolari. Dalle manifestazioni del 2019 fino alle rivolte esplose dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, fino agli scontri avvenuti anche negli ultimi mesi in diverse regioni del paese, la risposta del regime è stata durissima: centinaia di morti, migliaia di arresti e un controllo sempre più rigido delle piazze. I Basij costituiscono anche una rete capillare, presente nelle università, nei quartieri e in molte istituzioni pubbliche, che consente al potere di mantenere un controllo diffuso sulla società, garantendo al regime una presenza costante sul territorio.

Ma il potere iraniano non si regge soltanto sulla forza. Deve fare i conti anche con la composizione etnica del paese. Visto dall’esterno, l’Iran appare spesso come uno Stato compatto. In realtà è molto più simile a un mosaico. La maggioranza persiana rappresenta circa il 60% della popolazione, ma nel paese vivono anche importanti minoranze. Gli azeri – i più fedeli al regime degli ayatollah – sono concentrati nel nord-ovest, e rappresentano circa il 16% della popolazione. I curdi, presenti nelle regioni occidentali al confine con Iraq e Turchia, sono circa il 10%. Accanto a questi gruppi esistono comunità più piccole ma territorialmente significative, come gli arabi del Khuzestan, in gran parte sciiti ma spesso marginalizzati nonostante vivano nella principale regione petrolifera del paese, i baluci nel sud-est, dove da anni operano anche gruppi armati ostili al regime, e i turkmeni nel nord-est, oltre ai lur e agli armeni. In condizioni normali queste differenze restano sullo sfondo. In una fase di crisi politica possono trasformarsi in fratture.

A questo quadro si aggiunge il ruolo della vasta diaspora iraniana, composta da milioni di persone costrette all’esilio dopo la rivoluzione del 1979 e nelle successive ondate repressive. Pur senza un peso diretto negli equilibri di potere interni, questa comunità esercita un’influenza significativa sul piano mediatico e politico internazionale e rappresentano uno dei principali canali di pressione contro il regime.

In questo mosaico etnico, la questione più sensibile resta quella curda. I curdi iraniani hanno una lunga tradizione di organizzazione politica e militare e mantengono rapporti con le formazioni curde attive nei paesi vicini. In uno scenario di destabilizzazione interna potrebbero rappresentare una delle poche minoranze in grado di sviluppare una resistenza armata strutturata. Questo scenario apre anche una dimensione geopolitica più ampia. Israele è uno dei pochi paesi che negli anni ha espresso apertamente sostegno alle aspirazioni di questo popolo e all’idea di un loro Stato indipendente. Ma potrebbe riaprirsi il problema della Turchia, dove la presenza curda rappresenta da lungo tempo uno degli attriti più forti.

Dalla prospettiva occidentale, come ha osservato il giornalista Federico Rampini in una recente analisi, è interessante sottolineare come il tifo antiamericano resti concentrato soprattutto in alcuni settori della sinistra Dem statunitense – un fenomeno piuttosto insolito nella storia politica americana, dove anche le opposizioni alle guerre hanno raramente assunto la forma di un auspicio di sconfitta militare del proprio paese – mentre in Europa, salvo rare eccezioni, l’antiamericanismo appartiene da decenni a una tradizione politica consolidata. In questo quadro, l’Europa appare divisa e impreparata di fronte a crisi geopolitiche di tale portata. In Medio Oriente, invece, molti paesi arabi guardano con favore all’indebolimento del regime iraniano, percepito da anni come una potenza destabilizzante per il sostegno fornito a organizzazioni e movimenti terroristici attivi in Libano (Hezbollah), a Gaza (Hamas), nello Yemen (Houthi) e alle milizie sciite filoiraniane attive in Siria.

La crisi iraniana appare quindi come un intreccio complesso di fattori: le reazioni alla nuova Guida suprema, le tensioni nel clero sciita, il peso crescente dell’apparato militare, le fragilità economiche e le possibili fratture etniche. Per ora si tratta soltanto di ipotesi. Ma una cosa appare già evidente: l’equilibrio su cui si è retta per oltre quarant’anni la Repubblica islamica sta entrando in una fase nuova e molto più instabile. E se la crisi è stata innescata da un attacco esterno, la vera partita si giocherà dentro l’Iran. Perché quando un sistema politico costruito su equilibri delicati entra in trasformazione, la pressione esterna può accendere la miccia. Quasi sempre, però, sono le fratture interne a decidere come andrà a finire.


*Francesco Speroni fino a pochi anni fa ha svolto l’attività di cameraman e editor. È stato documentarista d’arte per poi dedicarsi, a partire dal 2005, alle news, trasferendosi in Israele dove vi rimane quasi cinque anni lavorando soprattutto per Rede Globo. Dopo questo intenso periodo, si trasferisce prima in Giordania, poi nelle Filippine, dove vi rimane alcuni anni lavorando nella produzione cinematografica. 

E’ il Coordinatore per la Versilia della Associazione Apuana Amici Italia Israele.

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