Nella guerra “congelata” tra Usa e Israele contro l’Iran del regime di carnefici, uno degli aspetti più rilevanti emersi nelle ultime settimane riguarda la struttura decisionale interna iraniana. L’eliminazione sistematica di figure chiave – e la totale latitanza dell’attuale guida suprema Mojtaba Khamenei – non hanno prodotto un vuoto di potere evidente.

Al contrario, si sta consolidando una forma di leadership collettiva che ruota attorno a diversi centri di potere: apparato politico, vertici militari e Guardia rivoluzionaria. Figure come Mohammad Bagher Ghalibaf – con un passato nei Pasdaran e una posizione istituzionale di primo piano – rappresentano un punto di equilibrio tra ideologia e pragmatismo operativo.

Questa configurazione rende il sistema più opaco ma anche più resiliente. Un po’ come la rete Internet, non esiste un singolo nodo la cui eliminazione possa determinare il collasso dell’intero apparato decisionale. È una caratteristica tipica dei regimi che hanno interiorizzato il rischio di decapitazione strategica. Ma, si sa, l’Iran non è il Venezuela o Cuba.

IL NODO CENTRALE: CAPACITÀ MISSILISTICHE E PROFONDITÀ STRATEGICA

Sul piano militare, il bilancio è ambiguo. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ridotto il numero di lanciatori e colpito parte delle infrastrutture, ma non hanno eliminato il problema strutturale: la profondità difensiva iraniana.

Le cosiddette “città missilistiche” sotterranee – installazioni fortificate distribuite sul territorio – continuano a rappresentare un asset critico difficilmente neutralizzabile. Questo significa che, anche in caso di cessate il fuoco, Teheran manterrebbe una capacità di deterrenza residua significativa.

Il punto più critico non è tanto la distruzione degli arsenali esistenti, quanto la capacità industriale di ricostruzione. Per questo motivo, la strategia attuale sembra orientata sempre più verso la distruzione sistematica delle linee produttive, piuttosto che dei singoli sistemi d’arma. E forse questo farà molto più male ai gangli di resistenza dei pasdaran che non le bombe.

IL RISCHIO NUCLEARE: TEMPI TECNICI E DECISIONE POLITICA

Il dossier nucleare resta il vero spartiacque strategico. Le valutazioni più accreditate distinguono tra intenzioni e capacità.

Sul primo fronte, la guerra sembra aver rafforzato all’interno dell’élite iraniana l’idea che il possesso di un’arma nucleare rappresenti l’unico deterrente credibile contro Stati Uniti e Israele. Il ridimensionamento dell’“asse della resistenza” e i limiti emersi nell’uso dei missili convenzionali spingono in questa direzione.

Sul piano tecnico, la presenza di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% rappresenta una soglia critica. Sappiamo bene che concentrare Uranio 235 è un’operazione estremamente lunga e che richiede enormi quantità di energia. Ma con l’aumento della sua concentrazione, il processo di raffinazione ed eliminazione degli isotopi di Uranio 238 per ottenere un prodotto sempre più arricchito in Uranio 235 diventa rapidissimo.

In assenza di un accordo o di un intervento diretto su queste scorte, il tempo necessario per arrivare a materiale fissile di grado militare (che richiede un arricchimento attorno al 90%) si riduce ad alcune settimane.

Nessuno sa con certezza dove si trovino queste scorte, e se siano raggiungibili o sepolte sotto uno dei centri nucleari sotterranei più volte spianati dall’azione congiunta di Israele e degli USA. E questo introduce uno scenario particolarmente instabile: anche dopo la fine delle ostilità, il rischio di una nuova escalation resterebbe elevato, legato ai facilmente prevedibili tentativi iraniani di “breakout nucleare”.

NEGOZIATI: CONTATTI INDIRETTI E ASPETTATIVE DIVERGENTI
Il fronte diplomatico si muove in parallelo, ma con dinamiche complesse. Le dichiarazioni pubbliche contrastanti riflettono una realtà già vista in passato: contatti indiretti mediati da attori terzi — come Pakistan, Turchia ed Egitto — senza un vero tavolo negoziale formale.

Le posizioni restano distanti. Washington punta a limitare programma nucleare e missilistico, mentre Teheran cerca garanzie di sicurezza e un riconoscimento implicito del proprio ruolo regionale.

Un elemento chiave è la percezione iraniana di aver ottenuto risultati strategici: la capacità di minacciare il traffico energetico e di esercitare pressione sullo Stretto di Hormuz viene vista come leva negoziale concreta. Il successo nell’abbattimento, dopo oltre un mese di guerra, del primo caccia americano ha galvanizzato l’esercito e – ma non abbiamo dati diretti – forse anche una vasta fetta di popolazione civile. Forse. Tutto questo rende improbabile una capitolazione rapida.

(Fine prima parte: https://www.startmag.it/mondo/come-finira-la-guerra-contro-liran/)

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