di Antonio Cardellicchio
“O mia patria, sì bella e perduta”, un verso che – assieme a tutto il resto della memorabile pagina verdiana del coro del Nabucco ci porta a focalizzare l’attenzione su tre punti:
1) ampiezza e profondità dell’amputazione di territorio imposta alla patria ebraica dall’antisemitismo, da una politica imperiale di potenza con le sue scelte pro-arabe, contro il diritto internazionale stabilito dal Mandato per la Palestina del 1922 che aveva riconosciuto e legittimato un territorio adeguato alle esigenze del popolo ebraico disperso, perseguitato, sterminato;
2) la posizione e la prassi della stabilità, che disconosce e opprime i diritti di libertà e autodeterminazione dei popoli e delle persone, e riconosce autocrazie, totalitarismi, promotori di terrorismo;
3) la tradizionale nobiltà culturale, politica, spirituale del Sionismo, Risorgimento della nazione ebraica, che ispira l’opera di Giuseppe Verdi.
- Nel 1922, il Regno Unito divise il territorio della Palestina mandataria per farne due Stati, uno ebraico e uno arabo. Nel 1946 lo Stato arabo divenne indipendente come Transgiordania, poi Regno di Giordania; nel 1948 lo Stato ebraico divenne indipendente con il nome di Israele. Quindi, secondo il diritto internazionale la Palestina, nel senso moderno del termine, appartiene al popolo ebraico nella sua parte a ovest del fiume Giordano, e al popolo arabo nella sua parte a est.
Contro l’uso del termine “territori occupati” da parte della guerra psicologica araba, esiste una diversa realtà politica e giuridica. A seguito della vittoria della guerra dei Sei Giorni, Israele riconquistò i territori di Giudea, Samaria e Striscia di Gaza, occupati illegalmente da Giordania e Egitto con l’aggressione contro Israele nel momento della proclamazione della sua indipendenza. Tali territori appartenevano per il diritto internazionale dal 1948 ad Israele nella legalità del Mandato per la Palestina, poi riconosciuto dall’Onu con l’articolo 80 del proprio Statuto. Dunque, Israele nel 1967 ha ripreso dei territori che già erano suoi di diritto.
La famosa Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu, approvata nel novembre 1947, verrà accolta con grande favore dal popolo ebraico anche se essa rappresentava un’amputazione ulteriore del territorio assegnato alla patria ebraica nel 1922. Il popolo ebraico aveva già accettato la precedente separazione che aveva condotto alla formazione della Giordania, e perfino la proposta della Commissione Peel del 1937 che toglieva al popolo ebraico circa il 70% del Mandato approvato nel 1922. Il territorio spartito con la Risoluzione 181 riguardava solo il 28% del territorio originario, poiché il restante 72% era già arabo con la formazione della Giordania nel 1946.
Quella del 1947 è stato un secondo tentativo di spartizione, che riguardava il 28% del territorio rimasto dopo la spartizione realizzata dai britannici nel 1922.
Dunque, la realtà storica e giuridica ribalta la leggenda nera della guerra ibrida araba e dei media asserviti. Tutta questa dinamica è fedelmente e scientificamente ricostruita nei libri specialistici di David Elber, e come orizzonte complessivo nel libro magistrale “La questione ebraica nella società postmoderna” di Emanuele Calò, eminente intellettuale ebreo.
In una intervista a Ruben Della Rocca, Emanuele Calò ha sostenuto con nettezza che :”La celebre Risoluzione 181 restituisce a Israele una posizione minima, miserabile del territorio destinato agli ebrei dal Mandato per la Palestina, con un’amputazione enorme, l’80% va allo Stato arabo – il Regno di Giordani – è solo tra il 20 e il 22% allo Stato ebraico.”
Questa la realtà ribaltata da un nemico totalitario e terrorista, ma anche purtroppo misconosciuta o sottovalutata dagli amici. Questo vuol dire privarsi di una folgorante argomentazione per sostenere la completa legalità, non solo legittimità, dello Stato ebraico, e poter distruggere l’aberrante falsità e il massiccio analfabetismo della tesi antisemita dell’occupazione israeliana di territori arabi.
Inoltre è doveroso tener conto di una nuova recente realtà: sottoposti a ondate di persecuzioni, aggressioni fisiche, minacce, costretti in semi-clandestinità dopo il 7 ottobre, un numero crescente di ebrei europei, soprattutto francesi, sceglie di fare l’aliyah in Israele. In tal modo, lo Stato di Israele accresce il suo ruolo essenziale, il suo destino, di paese rifugio per gli Ebrei, in uno spazio territoriale al minimo indispensabile.
- Stabilità e stabilizzazione come alibi, illusione, errore e orrore delle politiche internazionali e delle diplomazie occidentali, dall’Unione Europea alla dottrina Trump, dal freddo mostro Onu a tanti vertici globali.
Stabilità comporta appeasement, accordi e collusioni con le peggiori e più feroci dittature, occhi chiusi, respingimento e tradimento verso le invocazioni di solidarietà e aiuto dei popoli oppressi e martoriati; voltafaccia e complicità con aggressori invasori, oppressori carnefici, torturatori terroristi. Vile abbandono e pugnalate alla schiena verso la difesa ucraina e israeliana, l’intrepido popolo persiano, le donne afgane, la nazione tibetana, il popolo cubano etc.
Dopo l’ottimo blitz che ha destituito e arrestato il cannibale Maduro, la conservazione del regime castro-chavista venezuelano viene motivata con il “realismo” della stabilità. Come le continue accuse discriminatorie rivolte alla difesa di Israele di essere “sproporzionata”, nel disconoscimento del carattere necessario e giusto di una lotta a un terrore ferocissimo, disumano, con la volontà della distruzione fisica dello Stato ebraico.
Stabilità e stabilizzazione si presentano come ragioni realistiche, ma si rivelano di un realismo gretto, statico, che ignora il dinamismo e la visione di un realismo in grande, capace di vedere e valutare tutte le forze e potenzialità in atto e in divenire. Ma è naturale e bello che una rivolta popolare, una rivoluzione democratica di libertà, una resistenza tenace all’oppressione sia, per sua stessa natura, una rottura della stabilità, una destabilizzazione in atto, liberatrice di nuove energie.
Cosa si vuole stabilizzare, conservare? Un ordine coercitivo, sanguinario di regimi che si comportano come dei terroristi verso i loro stessi popoli?
I sostenitori della libertà democratica devono escludere il mantra della stabilità a favore di aiuti e interventi per i popoli in rivolta contro i loro barbari tiranni.
- La nobile luce del Risorgimento ebraico sionista nel tempo oscuro di un’atroce, dilagante demonizzazione-deumanizzazione del sionismo, risplende nelle note roventi del genio di Giuseppe Verdi.
Nel concerto di questo Capodanno del Teatro La Fenice di Venezia è stata eseguita una eccellente, emozionante interpretazione del celeberrimo coro “Va pensiero”, con la direzione dell’ottimo Michele Mariotti.
Mi pare opportuno ricordare cose note: in un momento di scoramento per insuccessi e lutto familiare, Verdi viene folgorato dai versi del “Va pensiero” del libretto di Temistocle Solera, ispirati direttamente dal Salmo 137, tratto da una bellissima traduzione protestante di Giovanni Diodati, allora proibita dalla Chiesa Cattolica; una scossa che gli genera una formidabile energia creativa per la composizione del “Nabucco”.
L’incandescenza delle note, l’immediatezza lirica, la folgorante comunicativa di un compositore che “pianse ed amò per tutti” (D’Annunzio) attraggono i cuori nell’ascolto dello splendido coro dei prigionieri ebrei che anelano il ritorno a Sion. Musica pura, per un puro e naturale sionismo del cuore.
Ogni legittimo amore di patria perduta si ritroverà nell’accorata nobiltà di questo celeberrimo coro, nella sua intensa bellezza, nel suo paradigma sentimentale. Ci rammenta i profondi legami culturali e sentimentali tra il Risorgimento italiano e il Risorgimento ebraico sionista, tra Mazzini e Herzl.
Se rileggiamo con attenzione i notissimi versi del coro, verifichiamo il suo esplicito tessuto sionista:
“Va pensiero sull’ali dorate,
Va ti posa sui clivi, sui colli
Ove olezzano libere e molli
L’are dolci del suolo natal !
Del Giordano le rive saluta,
di Sïonne le torri atterrate…
Oh mia patria sì bella e perduta !
Oh membranza sì cara e fatal !
Arpa d’or dei fatidici vati
Perché muta dal salice pendi ?
Le memorie nel petto raccendi,
Ci favella del tempo che fu !
O simìle di Solima ai fati
Traggi un suono di crudo lamento,
O t’ispiri il Signore un concento
Che ne infonda al patire virtù !”
Sulle rive dell’Eufrate così cantano gli Ebrei incatenati dal persecutore di turno. Questo coro ci aiuta a resistere di fronte al fango e all’infamia dell’antisionismo-antiebraismo in corso, e a sperare in cuori e menti capaci di risorgere nella verità-bellezza dell’arte. La memoria va al coro dell’Opera di Odessa che lo eseguì sotto le bombe dei banditi russi, e alle emozionanti esecuzioni del Nabucco nella fortezza di Masada, dove si uniscono il simbolo musicale e quello fisico in una nobile storia ebraica diretta a tutti i popoli in rivolta.
