
di Parisa Pasandehpoor, giornalista IranGate News.
Teheran – Gennaio 2026.
L’Iran è scosso da una delle più vaste ondate di proteste dalla rivoluzione del 1979. Quella che era iniziata come una mobilitazione contro il crollo economico, l’aumento dei prezzi dei beni essenziali e la svalutazione della moneta si è rapidamente trasformata in una sfida politica diretta al regime degli ayatollah, mettendo in discussione la sua stessa sopravvivenza.
Secondo fonti internazionali indipendenti come BBC Persian, Reuters e Iran International, le manifestazioni si sono estese a decine di città e province, coinvolgendo ampi strati della popolazione: studenti, lavoratori, commercianti e donne. Un segnale evidente di una perdita di consenso generalizzata da parte del potere teocratico.
Crisi economica e responsabilità del regime
Alla base delle proteste vi è un fallimento economico strutturale, aggravato da decenni di corruzione, cattiva gestione e priorità ideologiche. Mentre il regime continua a destinare risorse ingenti al sostegno di gruppi armati regionali come Hezbollah e Hamas, la popolazione iraniana affronta inflazione, disoccupazione e impoverimento crescente.
Gli analisti sottolineano come le sanzioni internazionali non siano l’unica causa della crisi: il vero nodo è un sistema di potere che ha sacrificato il benessere dei cittadini a un’agenda ideologica e repressiva.
Dalle rivendicazioni economiche al rifiuto del sistema
Le proteste hanno rapidamente superato la dimensione economica. In molte città si sono levati slogan apertamente ostili alla Guida Suprema e all’intero apparato religioso. La comparsa di slogan come “Javid Shah” (Lunga vita allo Scià) e i riferimenti a Reza Pahlavi indicano la ricerca esplicita di un’alternativa al regime islamico.

Secondo osservatori internazionali, questi segnali riflettono una crisi di legittimità profonda: una parte crescente della società iraniana non chiede riforme, ma un cambiamento radicale del sistema politico.
Repressione, violenza e blackout informativo
La risposta delle autorità è stata immediata e brutale: arresti di massa, uso di munizioni vere, violenze diffuse e un nuovo blackout quasi totale di Internet, utilizzato per impedire la circolazione di immagini e informazioni.
Le organizzazioni per i diritti umani parlano di numerose vittime e migliaia di arresti, ma la chiusura delle comunicazioni rende impossibile una verifica indipendente. Una strategia che conferma la natura autoritaria di un regime che sopravvive attraverso la forza e il controllo dell’informazione.
Reazioni internazionali: silenzi selettivi e schieramenti evidenti
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione la situazione in Iran, ma le reazioni restano in larga parte timide e contraddittorie. ONU e governi europei hanno lanciato appelli formali alla moderazione e al rispetto dei diritti umani, evitando però prese di posizione nette contro il regime degli ayatollah.
Colpisce in particolare il silenzio quasi totale di movimenti, attivisti e ambienti politici che negli ultimi mesi si sono mobilitati con forza in chiave pro-Palestina. Di fronte alla repressione brutale del popolo iraniano — arresti di massa, blackout informativo, uso di munizioni vere — molte di queste voci risultano assenti o improvvisamente mute, rivelando una indignazione selettiva che ignora le violazioni dei diritti umani quando a commetterle è un regime ideologicamente affine.
In controtendenza rispetto a questa ambiguità, Israele ha espresso un sostegno chiaro ai manifestanti iraniani, definendo le proteste come l’espressione di un popolo oppresso da una dittatura religiosa e sottolineando come un indebolimento del regime rappresenterebbe un fattore di stabilità per l’intera regione.

Israele è consapevole che l’eventuale nascita di un governo nazionale in Iran potrebbe aprire scenari completamente nuovi nei rapporti bilaterali. In questa prospettiva, torna d’attualità la dottrina della sicurezza periferica elaborata da David Ben Gurion negli anni Cinquanta, una strategia pensata per rompere l’isolamento regionale di Israele attraverso alleanze con Paesi non arabi del Medio Oriente.
Questa dottrina, che in passato includeva proprio l’Iran, oltre a Turchia e ad alcuni Stati africani, si basava sulla creazione di partenariati diplomatici, economici e strategici con attori non arabi, al fine di costruire un equilibrio di potere alternativo al blocco ostile circostante. Alla luce delle attuali trasformazioni regionali e della posizione strategica di Israele, tale visione appare oggi nuovamente pertinente: un Iran libero e guidato da un governo nazionale potrebbe non solo cessare di essere una minaccia, ma persino diventare un partner strategico per la stabilità del Medio Oriente.

Anche Donald Trump ha preso posizione apertamente, denunciando la repressione e chiedendo misure più dure contro Teheran. Le sue dichiarazioni hanno riacceso il dibattito sul ruolo degli attori esterni, ma hanno anche messo in evidenza una frattura sempre più netta tra chi condanna senza ambiguità il regime iraniano e chi continua a giustificarlo o a ignorarne i crimini.
Un momento decisivo
Anche se la repressione dovesse temporaneamente ridurre l’intensità delle proteste, le cause profonde della crisi resterebbero irrisolte. Come sottolineano BBC e Reuters, l’Iran sta vivendo una delle fasi più instabili della sua storia recente.
La rivolta in corso rappresenta un momento di svolta: non una protesta episodica, ma il segnale di una frattura ormai evidente tra il regime degli ayatollah e una società che chiede la fine di un sistema fondato su repressione, ideologia e paura.
Come tutti i regimi autoritari prima di esso, anche questo è destinato a crollare: la storia dimostra che nessuna dittatura può resistere a lungo quando perde il consenso del proprio popolo.
