di Marco Del Monte

Ieri l’altro abbiamo visto come in una settimana del 1979 un grosso business per le finanze italiane si trasformò in un disastro epocale per l’intero paese. Nel 1976 l’ultimo Shàh di Persia, Rheza Phalawi, assegnò alla Società partecipata “Condotte d’Acqua” la costruzione del nuovo porto di Bandar Abbas nel Golfo Persico, per un importo “monstre” di duemila miliardi di lire.

Il progetto, rielaborato dalla “Condotte”, attraverso la sua Società di progettazione “Bonifica s.p.a.”, prevedeva la costruzione di tutto il porto, dalle opere foranee alle banchine di riva, ai piazzali, una parte da destinare a base americana e un villaggio in cui risiedevano quadri e maestranze, che poi sarebbe diventato un vero e proprio centro abitato. Questa mega struttura era dotata anche di impianti di depurazione e desalinizzazione che facevano del complesso quanto di più moderno ci fosse all’epoca nel campo della portualità ed intermodalità. “Condotte” all’epoca coinvolse una società olandese per i dragaggi e, probabilmente e dati gli ottimi rapporti tra lo Shàh e il governo israeliano, anche una società di quest’ultimo paese per gli impianti di riciclo dell’acqua.

Un’altra Società olandese, che si occupava di revisionare l’intero progetto, in modo da azzerare errori di calcolo, superdimensionamenti o carenze, valutò il progetto italiano come “ottimo” sia in termini economici che tecnici. “Condotte” ed associati partirono a razzo ed in tre anni avevano già completato tutte le strutture a mare, cioè opere foranee e banchine di riva, schema che la stessa Società replicò per il nuovo porto di Genova Voltri, che venne realizzato da una consociata di “Condotte”, cioè la “Mantelli”.

Non restava che cogliere i frutti di un lavoro così ben progettato ed altrettanto bene eseguito. Ma, come si suol dire, il diavolo ci mise la coda. Il Medio Oriente, come si sa, è simile ai Balcani: fuori dagli accordi di Yalta e crogiolo di etnie e religioni, quindi soggetto a tutti gli umori possibili. Il mondo veniva appena fuori dall’ennesima crisi petrolifera innescata dalla guerra del Kippur, che, nel 1973, scoppiò tra Israele ed Egitto e che coinvolse Giordania, Libano e Siria in una martellante sequenza di avvenimenti.

In Giordania, nel 1970, c’erano già stati i prodromi, perché un gruppo di arabi palestinesi provenienti dal campo profughi di al-Husayn, vicino ad Amman, tentò di rovesciare il re giordano Hussein, che represse la ribellione nel sangue, provocando quasi diecimila morti. A seguito di questa strage, nacque l’organizzazione “Settembre nero” che sconvolse l’Europa occidentale e si accanì sull’Italia con ben tre attentati, uno dei quali fu perpetrato al Tempio Maggiore di Roma nel 1982, dove morì un bambino di due anni. L’Unione Sovietica era ancora coesa e forte e certamente si adoperò per fare in modo che gli USA non avessero una base militare nel Golfo Persico.

In Persia scoppiarono dei moti di piazza e alla fine, nel 1979, lo Shàh fu deposto e l’Impero cadde, sostituito dalla Repubblica Islamica dell’Iran, sotto la Guida Suprema Rhuoallàh Khomeiny, che annullò subito il contratto con “Condotte” e sequestrò il cantiere con tutte le maestranze. La perdita finanziaria fu enorme, perché oltre la mancata commessa, l’Iran incamerò tutti i macchinari ed i mezzi di cantiere e, inoltre, sequestrò il personale e tutti i quadri, che furono liberati dopo due anni, sicuramente a seguito del pagamento di un cospicuo riscatto. Questa fu per l’Italia una vera iattura perché sconvolse tutti i piani finanziari delle Società a partecipazione statale e le finanze dello Stato Italiano ebbero quasi un tracollo da bancarotta.

L’anno successivo, l’Iran degli ayatollàh si imbarcò nella disastrosa guerra contro l’Iraq, che durò fino al 1988 ed anche allora l’Europa occidentale fece la scelta sbagliata perché sostenne l’Iran contro l’Iraq, cosa di cui stiamo ancora pagando il prezzo. Per tornare alle sole conseguenze economiche portate dall’interruzione del contratto del porto di Bandar Abbas, come detto, tutto il mercato degli appalti di opere pubbliche subì un vero e proprio terremoto. La prima mossa, rivelatasi poi disastrosa e propedeutica all’era drammatica di tangentopoli, fu quella di creare una serie di società partecipate per portare avanti nuovi progetti messi in cantiere, riassorbendo al contempo maestranze e quadri della “Condotte” che, alla spicciolata, stavano tornando in Italia. Queste Società godevano di condizioni particolari e, soprattutto, di oneri di concessione al 18% (una follìa, visto che il mercato europeo imponeva il 10%); il Ministero delle Partecipazioni Statali, insieme al Ministero dei Lavori Pubblici, che curava la parte tecnica, affidò a queste Società (Edil.Pro.; Italposte; Italcantieri; etc.) non solo la progettazione esecutiva, ma anche la parte affidamenti per gare.

La prima a non tollerare questo stato di cose fu la Germania, che mise a punto un piano ben congegnato, evidentemente con il “placet” della Commissione Europea; le Società tedesche cominciarono ad impugnare gli affidamenti di lavori, contestando gli “oneri di concessione”, ma, soprattutto, facendo emergere il fenomeno “tangenti”. Queste sono le conseguenze più eclatanti legate all’annullamento del contratto del porto di Bandar Abbas. Nessuno poteva prevedere però che tutto l’apparato persiano, che all’epoca dell’affidamento dell’appalto aveva instaurato solidi accordi di collaborazione con le strutture italiane, sarebbe rimasto in piedi, infiltrandosi nei gangli del nostro apparato statale. Ce ne accorgiamo oggi, nel momento in cui in Iran ci sono evidenti movimenti di rivolta, in Italia si fanno cortei a favore di Maduro e degli ayatollàh: ogni altro commento è superfluo.

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