di Marco Del Monte
A leggere le ultime notizie che arrivano dall’Iran, noi italiani dovremmo fare salti di gioia e, invece, come sempre, il bel paese si divide in pro e contro e questo è uno dei motivi per cui le cose italiane non hanno mai senso compiuto.
Le notizie riportano delle proteste che mancano da cinquant’anni e che si stanno svolgendo in tutte le principali città iraniane, oltre che nella capitale Teheran. Per chi non ricorda il motivo per cui noi italiani dovremmo essere se non proprio contenti, quanto meno soddisfatti, riportiamo l’orologio della storia al 1979. Negli anni 70, l’Iran si chiamava Impero Persiano e dimostrava in tutto e per tutto di essere discendente del regno di Ciro il Grande.
L’imperatore era lo Shà Rheza Palhavi e la Persia era perfettamente inserita nel sistema occidentale, anche se manteneva una propria autonomia. Al contrario della Turchia non faceva parte della NATO, ma era uno dei più solidi alleati degli USA. Nella conferenza di Yalta (4-11 febbraio 1945) veniva riconosciuta alla Persia la facoltà di scegliere da che parte stare e la sua scelta fu rispettata da tutti. Il paese è vasto e ricco di materiali ferrosi, terre rare, petrolio e perfino buoni giacimenti di uranio; l’economia, pertanto, era florida e la popolazione era libera e vestiva all’occidentale. I rapporti con Israele erano ottimi e gli scambi commerciali seguivano questo andamento positivo.
Ma c’è sempre una nuvola nera all’orizzonte, perché lo Shà mise in cantiere un progetto ambiziosissimo, consistente nella costruzione del porto di Bandar Abbas, nel Golfo Persico, il più grande dell’intero scacchiere, con l’intento di assegnarne una parte agli USA, che vi avrebbero realizzato la più grande base del Medio Oriente. L’intero progetto valeva, all’epoca, 1.500 miliardi di lire (italiane), più la progettazione; il tutto sfiorava i duemila miliardi. L’ulteriore passo che allertò anche l’Europa occidentale (in particolare la Germania Ovest) fu quello di assegnare l’intero pacchetto a trattativa privata ad una Società Italiana partecipata, ovvero la Soc. Italiana per Condotte d’Acqua (poi “Condotte”) facente capo all’IRI.
I buoni uffici di questo mega affare passarono per le mani di Umberto di Savoia (il nostro deposto re: misteri della diplomazia) e questo mise per così dire di malumore l’Unione Sovietica. A quell’epoca il più forte Partito Comunista dell’Europa Occidentale (il PCI) sfiorava in bacino elettorale quello della DC (Democrazia Cristiana) e, pertanto, questa operazione non ebbe il placet dei sindacati cosiddetti rossi.
Non ostante ciò, l’affare andò avanti e la “Condotte” trasferì quasi duemila dipendenti sul posto dove si iniziò subito a dare veste esecutiva al progetto. Oltre al personale la “Condotte” portò macchinari, mezzi terrestri e marittimi e inserì nella realizzazione del porto anche una società olandese di dragaggi. In circa sei anni furono realizzate le opere foranee e gran parte delle cosiddette “banchine di riva” e cominciò lo studio della parte da assegnare agli Usa; un po’ come nel porto di Taranto, dove coesistono le strutture civili con quelle militari.
Come detto, però, si apparecchiavano tempi bui e, infatti, gli avvenimenti del vicino oriente stavano precipitando. Già c’erano state le avvisaglie della guerra del Kippur del 1973, cui era seguito un periodo assai burrascoso e pure il Libano, che fino a quel momento era considerato la Svizzera del Medio Oriente, cominciò a vacillare. La lotta, però, non era (ancora) tra mondo occidentale ed universo islamico, ma tra i musulmani sciiti e quelli sunniti, che si combattevano dalla morte del Profeta in poi. La Persia è in maggioranza sunnita, ma all’epoca si può dire che fosse “laica”; ci sono delle fotografie d’epoca che ritraggono le bagnanti in eleganti e succinti costumi e non erano infrequenti i bar dove si poteva gustare una birra ghiacciata o un buon whisky.
Attorno al 1977, però, si aprì una nuova crisi petrolifera mondiale, mentre il nucleare ancora era ai primi vagiti; l’Impero Persiano non si riprese facilmente e l’inflazione cominciò a salire, anche se il governo, lungimirante, aveva messo in cantiere il rifacimento degli impianti idrici e fognari delle più importanti città del paese. Questi progetti si arenarono e cominciò una rivolta, guidata dalla minoranza sciita che, nel 1979 riuscì (probabilmente con il determinante aiuto dell’URSS) a deporre lo Shà. Andò al potere l’ayatollàh Ruoallàh Komeiny, che instaurò un regime di terrore che dura ancora oggi. Una volta preso il potere il cantiere del porto fu sequestrato (comprese le maestranze e i quadri), con tutti i macchinari.
Il personale della “Condotte” tornò a casa dopo due anni, naturalmente senza un chiodo. Il regime iniziò subito a foraggiare gruppi terroristici in tutti gli stati che “accerchiavano” Israele, nella convinzione di potersene impadronire. Da molti anni, a causa di questa politica sciagurata, l’Iran è sottoposta a pesanti sanzioni che stanno facendo precipitare la sua economia. Per di più, ben sapendo che si andava incontro ad una siccità epocale, il regime ha completamente sbagliato la politica sugli investimenti nel campo idrico ed idrologico. Sono state costruite ben 190 dighe, ora all’asciutto, il cui unico effetto è stato quello di impoverire le falde d’acqua a valle degli impianti, indebolendole e facilitando l’ingresso del cosiddetto “cuneo salino”, mentre le reti cittadine sono ormai un colabrodo.
L’economia langue e l’inflazione è tornata a livelli record, tanto che da giorni le piazze sono di nuovo piene di gente affamata che protesta. Il regime, perciò, sta intensificando la repressione ed ha già operato moltissimi arresti. C’è da chiedersi da che parte si schiereranno i nostri bene amati propal, che a quanto leggiamo sui quotidiani sono attualmente impegnati nei cortei contro il “genocidio” a Gaza, mentre dei poveri iraniani non si sta occupando nessuno; eppure, come si è detto più sopra, questo regime che tiene in pugno il paese ha trattato l’Italia come il peggior nemico. Delle conseguenze economiche sul nostro fronte interno, dovute al sequestro del cantiere del porto di Bandar Abbas, parleremo un’altra volta
