Il rapporto tra Israele e Islamosfera dopo il 7 ottobre

di Alessio Postigilione*

La guerra a Gaza, nonostante tutto, non ha incrinato il rapporto fra Paesi del Golfo e Israele. In occasione dell’attacco iraniano ad Israele del mese scorso, infatti, come hanno documentato i giornali americani, l’aviazione giordana avrebbe distrutto fino al 20 per cento dei missili e droni lanciati da Teheran. Anche Arabia Saudita ed Emirati sarebbero intervenuti militarmente, fornendo anche informazioni di intelligence essenziali.
Fra gli obiettivi del pogrom del 7 ottobre di Hamas, d’altronde, c’era interrompere il percorso di pacificazione con gli Stati del Golfo e le altre potenze islamiche regionali al centro degli Accordi di Abramo, contando proprio sui danni che la reazione israeliana avrebbe comportato, compattando le opinioni pubbliche dell’islamosfera contro Israele. Non è agevole stabilire se questa reazione ci sia stata, ma sicuramente le élites dei Paesi vicino all’Arabia Saudita continuano a ritenere la normalizzazione con Israele fondamentale. E questo nonostante i timidi tentativi di pacificazione tra Riad e Teheran recenti.


“Il trauma del 7 ottobre rimane forte in Israele, dove la maggior parte delle persone ha esperienza personale di parenti o conoscenti uccisi, rapiti o chiamati a combattere a Gaza. Per il mondo esterno, questi eventi sono stati in gran parte eclissati dalla sofferenza dei civili di Gaza. Ma, per la maggior parte degli israeliani, la guerra, anche se non è quella che hanno cercato, deve essere combattuta fino alla fine in modo che la minaccia esistenziale posta da Hamas venga finalmente rimossa”. Queste parole, così comprensive della visione d’Israele, d’altronde, non le leggete su giornali americani o israeliani, ma sono state pubblicate da al Arabiya (link qui: https://english.alarabiya.net/views/2024/02/20/Why-Israeli-will-not-let-up-in-its-war-on-Hamas), l’emittente nazionale saudita.
Fra le ragioni di quest’asse fra Paesi del Golfo e Israele sicuramente c’è l’opposizione geopolitica all’Iran, ma anche la necessità di accedere alle tecnologie di Israele per innescare i vari progetti di sviluppo in ballo, come il noto Vision 2030, voluto dal principe saudita Mohammed bin Salman. Mentre le università italiane vogliono interrompere la collaborazione con quelle israeliane, a Riad e Dubai non ci pensano proprio.


Insomma, al netto della critica al governo israeliano, e dei ragionamenti più sfumati, quando la politica polarizza tra amico e nemico, le Capitali che dovevano parteggiare per Hamas non lo fanno.
Perciò è ovvio che proprio da questi Paesi possa provenire il contributo più importante per la mediazione e per la pacificazione fra belligeranti.
Relativamente a chi ha per adesso agito come reale o possibile mediatore, un contributo può venire sicuramente dall’Egitto di Al Sisi, che si è lasciato alle spalle il regime islamista di Morsi; potrebbe provenire da Arabia Saudita ed Emirati, se scendessero in campo direttamente; in Marocco, il re Mohammed V ha polverizzato i partiti islamisti per consunzione, ha rapporti saldi con Riad, ancora oggi è l’unico Paese del Sahel in cui resiste una comunità ebraica, nonostante la Aliyah post ’48; la Giordania sta giocando una partita in penombra, ma Amman è fondamentale, non solo geopoliticamente, ma perché la monarchia hashemita vanta una discendenza diretta con il Profeta: nononostante il 33% della popolazione sia di origine palestinese, il re Abdullah II bin Al-Hussein punta a mantenere la pace con Israele, a contenere l’islamismo interno, ed è essenziale rivendicare lo status quo giordano sui luoghi sacri dell’Islam di Gerusalemme ed impedire qualsiasi ipotesi di ricollocazione dei gazawi sul suo territorio. Sul fronte di chi invece si è finora speso come mediatore, pesa proprio l’adesione all’Islam politico. E’ il caso del Qatar, cassiere della Fratellanza Musulmana, ma a cui spesso gli USA hanno lasciato ampi spazi di mediazione proprio con movimenti para o chiaramente terroristici, come i Taliban; ancora più difficile è aspettarsi un contributo reale dalla Turchia, dove l’espansionismo neo ottomano di Erdogan passa per un appoggio ad Hamas quasi esistenziale, considerando che alle amministrative turche hanno vinto molti sindaci nemici del Sultano.
In definitiva, la presenza di una vasta islamosfera non ostile ad Israele, nonostante i disastri della guerra, ci deve far essere ottimisti per il futuro. E dovrebbe far riflettere anche i nemici in Occidente di Israele, che ingenuamente lo liquidano come “potenza coloniale”, mentre è invece una potenza regionale attraverso la quale tanti Paesi musulmani puntano a stabilizzare il Medio Oriente.

*Giornalista e scrittore

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