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Scarica il primo rapporto sulle violenze sessuali perpetrate da Hamas il 7 ottobre.

UniversiTaliban, atenei come madrasse?

di Angelo Cirasa*

Gli studenti che non protestano in favore dei palestinesi hanno per questo meno diritto allo studio e alle proprie idee? È ciò che invece pretendono quelle piccole minoranze che vogliono alzare muri nello scambio delle conoscenze scientifiche chiedendo di interrompere i rapporti con Israele.

Oggi questo, e domani cosa ci imporranno? Un atteggiamento in tanti casi condotto anche in buona fede ma molto più spesso dettato da una sorta di ritenuta superiorità morale che sta alimentando un nuovo antisemitismo che si va ad aggiungere a quello spesso sopito nei paesi occidentali, che non attende occasione per rialzare la testa. I tantissimi morti di Gaza ovviamente destano sgomento e alimentano questi sentimenti.
Il rischio maggiore oggi è che la scuola, l’Università, lo scambio delle informazioni, vengano contaminati da chi – invece del dialogo, presupposto di pace, convivenza, democrazia e libertà di pensiero – voglia costruire muri che sempre più fanno ombra ai nostri valori. Pasolini lo definiva il fascismo degli antifascisti. Quella minoranza di studenti e quella minoranza di docenti universitari che li istiga e li asseconda consapevolmente o meno stanno costruendo nuove brigate di quel sentimento fatto di un pericoloso mix antiamericano e antioccidentale, oltre che antiisraeliano e antisemita già da anni sempre più presente.


In Italia nella maggior parte delle grandi università si sta facendo una vera e propria lotta per difendere l’importanza degli scambi scientifici e l’occasione dell’ormai noto bando Maeci che l’Università di Torino e la Normale di Pisa hanno deciso di boicottare, temo sia solo il primo passo verso un cambiamento di rotta che mai ci saremmo aspettati. E sempre nelle Università stiamo assistendo alla volontà di alcune minoranze piccole ma molto attive, violente nei toni e nei modi di alimentare l’antisemitismo: aver consentito che costoro l’avessero vinta con le accuse a Liliana Segre e impedendo di parlare a giornalisti come David Parenzo e Maurizio Molinari colpevoli soltanto di essere ebrei mostra che quella linea rossa è già stata superata. La giustificazione di voler solidarizzare con i palestinesi, come spesso accade, diventa solo uno slogan, un ripetersi di frasi fatte, di non conoscenza della storia, un pregiudizio ripetuto pappagallescamente e che inevitabilmente favorisce quei mostri di Hamas che nel pogrom del 7 ottobre hanno usato le peggiori atrocità contro gli ebrei, utilizzando come al solito la violenza sessuale di massa come arma, sgozzando bambini infilati nei forni ad evocare quel che accadde ad Auschwitz, purtroppo accolti al loro rientro a Gaza con le manifestazioni di festa che molti video hanno testimoniato. Ciò non significa che tutti i palestinesi stiano con i terroristi dei quali anzi sono in larga parte vittime e prigionieri. E non da oggi. Oggi però il loro sangue serve ad Hamas per costruire e alimentare in una quinta colonna nell’opinione pubblica in Occidente.


La preoccupazione maggiore non può che essere per gli studenti, per i giovani, che sebbene in minoranza stanno purtroppo dimostrando di aver dimenticato quel che è accaduto ottant’anni fa. In tal senso è anche una sconfitta per chi come i sopravvissuti ad Auschwitz hanno raccontato quegli orrori. Una operazione di vivificare la memoria fatta nel corso del tempo da tanti intellettuali, scrittori, giornalisti (io stesso sono stato ad Auschwitz più volte con gli studenti e ho scritto un manuale per loro) che oggi abbiamo il dovere di rilanciare e rafforzare. Vi è la necessità di quel memoriale, ovvero quella necessaria opera di vivificazione della memoria e in particolare dell’Olocausto, l’abisso della storia dell’umanità, il punto più basso che speriamo non si debba più rivivere.
Diceva Socrate che il male peggiore dell’umanità è l’ignoranza; oggi forse è la semi-ignoranza che lascia credere a molti di sapere, quando invece non si hanno gli strumenti per conoscere approfonditamente tali questioni, un pericolo alimentato dai social che come è noto utilizzano algoritmi che assecondano ciò che si vuol leggere, alimentando la mistificazione della realtà. Come sempre la cura è la conoscenza, il dialogo, lo scambio che deve tornare ad essere al centro delle nostre scuole, delle nostre università altrimenti vedremo crescere gli universitaliban, fanatici che non vogliono ascoltare convinti esclamativamente di dover imporre le proprie ossessioni.
(Giornalista e scrittore)

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One thought on “UniversiTaliban, atenei come madrasse?

  1. Non è cosa nuova, solo che ora sono più visibili. Anche negli anni 80 sia a Firenze che a Perugia le università avevano studenti “sinistri” che pensavano di essere moralmente superiori quindi le loro idee “inquadrate” erano le uniche degne di essere ascoltate, nessun dibattito, solo imposizione di preconcetti, rendendo la vita difficile a chi era all’università solo per migliorarsi e non era né fascista di sinistra né fascista di destra. Adesso sono più agguerriti perché la stampa, il 4to potere, li esalta e i docenti e i rettori ,purtroppo, in parte sono cattivi maestri.

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