di Gisèle Lévy

A pochi giorni dal rientro, come si suol dire “stanca ma felice”, mi giunge l’urgenza di esprimere queste poche parole per descrivere sensazioni ed emozioni provate durante il mio viaggio in Israele.

Un percorso molto intenso che mi ha dato, sia pure a grandi linee, uno spaccato della società israeliana, della sua grande resilienza, del pericolo costante che deve affrontare giorno dopo giorno, per sopravvivere e  dare un futuro ai propri figli in un’apparente normalità.

Dal “balcone di Peduel” abbiamo realizzato che ci sono solo 14 km che separano Tel Aviv dal confine con la Samaria e la Giudea, regioni senza le quali la piccola Israele sarebbe immediatamente esposta ad incursioni micidiali. In questi territori, suddivisi dopo gli accordi di Oslo in area A, B, C vivono rispettivamente: i palestinesi ma è vietatissimo l’accesso agli israeliani, nella B vivono i palestinesi e l’amministrazione é mista, e la C, completamente israeliana ma ci possono vivere anche  i palestinesi. Sono regioni collinari strategiche per la difesa dello Stato.

Qui gli israeliani hanno fatto fiorire dei moshavim, comunità agricole cooperative. La vita nel  deserto pietroso non è affatto facile, c’è un’unica strada che viene percorsa da entrambe le popolazioni: può capitare che si corrano dei rischi anche solo per andare nel cuore Israele in qualche ospedale importante.

Ci siamo fermati due giorni a Gerusalemme: per chi l’ha vista la prima volta è stata un’iniezione di di stupore, mentre l’atmosfera ci avviluppava nella sua sacralità. Non poteva mancare un emozionante passaggio al Kotel, il “Muro Occidentale”.

Una serata itinerante al Machané Yehuda ha permesso al gruppo di immergersi in una realtà caotica e gioiosa, dove odori, sapori, ma soprattutto musica e balli di giovani gruppi si sono susseguiti con allegria.

Sulle serrande, sui muri, appaiono le immagini dei giovani soldati che hanno dato la vita per proteggere il Paese.

Abbiamo avuto degli incontri prima al Ministero degli Esteri, e in seguito nell’Istituto Shalva. Quest’ultimo mi ha molto impressionato per la struttura sanitaria istituita da Rav Kalman Samuels,  allo scopo di curare i bambini di qualsiasi etnia, affetti da disabilità, e permettere loro di affrontare un’esistenza prossima alla “normalità”. Il tutto completamente gratuito.

Siamo partiti al Sud, verso il cimitero che abbraccia le storie di ogni ragazzo e ragazza che volevano solo ballare al Festival Nova: ci ha fatto da guida una giovane sopravvissuta miracolosamente,  e noi abbiamo vissuto con lei, nel suo drammatico racconto, quei terribili momenti in cui Hamas ha inneggiato con gioia alla morte ed allo sterminio. Al moshav  Netiv Ha Assarà, una guida ci ha accolti spiegandoci dove fossero penetrati i terroristi; come si viveva prima del 7 ottobre, avendo Gaza a pochissimi km dal confine. Dal valico di Kerem Shalom passavano quotidianamente 70.000 palestinesi per lavorare nei campi e si portavano a casa un stipendio lauto per vivere senza radicarsi al soldo di Hamas. Il confine è delimitato solo da un recinto di metallo, quello che il 7 ottobre Hamas ha reciso in una sessantina di punti, quasi fosse un telo; eppure nei kibbutzim del Sud i membri soccorrevano i palestinesi affetti da gravi patologie, di cui molti bambini,  per farli curare negli ospedali israeliani. 

Da questo valico entrano tonnellate di cibo, e non viene imposta alcuna carestia.

Al di là di una debole rete di difesa sono entrati circa 7000 abitanti di Gaza, gli artefici di massacri, sevizie, saccheggi, incendi e distruzione selvaggia. Solo la resilienza degli israeliani ha fatto sì che pian piano, dopo ben 2 anni, i più volenterosi siano tornati nelle loro case ed abbiano cercato di ricostruire i kibbutzim, per fare rifiorire la vita. A proteggerli c’è la linea gialla presidiata dall’IDF che delimita l’interno della striscia di Gaza.Al di là di una debole rete di difesa, colpita in una sessantina di punti, sono entrati circa 7000 abitanti di Gaza che sono stati gli artefici di massacri, sevizie, saccheggi, incendi e distruzione selvaggia. Solo la resilienza degli israeliani ha fatto sì che pian piano, dopo ben 2 anni, i volenterosi siano tornati nelle loro case del Sud, ed abbiano cercato di ricostruire insediamenti e kibbutzim, per fare rifiorire la vita. A proteggerli c’è la nota linea gialla che delimita all’interno della striscia di Gaza la zona protetta dall’IDF.

Un viaggio nel Negev ci ha portati in una fattoria beduina a Wadi Attar e poi ad un incontro col simpatico Giudice Penalista Nasir Abu Taha, che ci ha ospitati nella sua casa, offerto una cena e raccontato le sue esperienze, tra l’altro in un perfetto italiano!

Brevissima la visita al giardino del Tempio Bahai di Haifa e gradevole l’incontro con un membro della comunità Drusa.

Brevissima la visita al giardino del Tempio Bahai di Haifa e gradevole l’incontro con un membro della comunità Drusa.

A conclusione, una serata con il futuro Ambasciatore di Israele in Italia, Dr. Lior Haiat, un ultimo salto al Shuk ha Carmel per qualche rapido acquisto, ed infine una cena da una chef in un moshav. 

Alla volta di Tel Aviv, siamo entrati nel laboratorio tecnologico Tikkun Olam, dove abbiamo costruito delle sedie a rotelle per bambini. Un’esperienza divertente ma che ci ha dato la consapevolezza di fare qualcosa di buono per gli altri; inoltre ci ha emozionati l’esperienza sensoriale al ristorante Porter & Sons di Sarona, dove grazie all’organizzazione Access Israel abbiamo avuto modo di riflettere sull’empatia da provare nei confronti “dell’altro”, chiunque sia.

Tre appuntamenti, secondo me, sono stati particolarmente illuminanti: quello con Itamar Marcus di Palestina Media Watch; quello con  Sarit  Zehavi dell’Istituto di ricerca Alma nel Nord di Israele, e quello con il Professore di Geopolitica all’Università di Tel Aviv, Yuval Ayalon.

Dai commenti espressi durante il viaggio dai compagni di questa avventura mi sono resa conto di quanto fosse sconosciuto l’universo israeliano, immagino per il fatto che i media in Italia omettono le notizie, oppure utilizzano una terminologia fuorviante allo scopo di creare caos e delegittimare l’esistenza di Israele. 

Cos’è rimasto dentro i nostri cuori? Dopo alcuni giorni ho rielaborato l’insieme di incontri sapientemente dosati in pochi giorni ma molto intensi. Vari punti di vista ed esperienze ci hanno stimolato tanto intellettualmente quanto spiritualmente.

Toccare con mano l’amicizia, l’ospitalità, la bellezza e difficoltà nel vivere quotidianamente assaltati da “8 fronti” permette anche di avvicinarsi ed amare un Paese straordinario che brilla di una luce potente.

Ringrazio il Ministero degli Esteri, l’Ambasciata di Israele, il Presidente della Federazione Italia Israele per avermi offerto questa grande opportunità.

Torna all'inizio