di Francesco Speroni*

In Israele il recupero degli spermatozoi dopo la morte è una pratica medica regolamentata. Ma alcune interpretazioni diffuse recentemente su social e blog la trasformano in un presunto progetto statale di perpetuazione della «razza ebraica». Che cosa accade realmente?

Esiste una pratica medica reale, documentata e discussa da anni in Israele, che prevede il prelievo e la conservazione degli spermatozoi di uomini deceduti, in particolare dei militari caduti in guerra, per consentire l’eventuale nascita di un loro figlio biologico.

In alcuni commenti circolati sui social, questa possibilità viene presentata come una procedura automatica, organizzata dallo Stato israeliano per assicurare la continuità biologica del popolo ebraico. L’insinuazione, più o meno esplicita, è che dietro la pratica si nasconda una politica eugenetica, finalizzata alla riproduzione di una presunta razza superiore e persino alla generazione di futuri soldati.

Una rappresentazione che non trova alcun riscontro nelle disposizioni israeliane.

Il recupero post mortem degli spermatozoi non nasce con la guerra seguita al 7 ottobre 2023. In Israele la materia è disciplinata, in assenza di una legge organica, da direttive del procuratore generale risalenti al 2003 (n. 1.2202 del 27 ottobre 2003), integrate da successive disposizioni amministrative e decisioni giudiziarie.

Occorre chiarire subito un aspetto fondamentale: questa pratica non riguarda esclusivamente i militari caduti in guerra, ma può essere richiesta anche per uomini civili deceduti, nel rispetto delle condizioni previste. Non si tratta dunque di una imposizione concepita per le forze armate, bensì di una possibilità offerta dalla medicina riproduttiva.

Non esiste alcuna legge che preveda l’obbligo di prelevare automaticamente il seme dei militari caduti. L’intervento viene effettuato su richiesta di privati cittadini, come la vedova, la compagna o i familiari del defunto.

Dopo il 7 ottobre 2023, per evitare che i tempi della giustizia rendessero vano  il recupero degli spermatozoi, le autorità israeliane hanno semplificato la procedura. Durante la guerra, gli ospedali possono effettuare il prelievo anche su richiesta dei genitori del defunto, senza dover attendere l’autorizzazione di un tribunale, quando il ritardo rischierebbe di compromettere il successo dell’intervento. Questa possibilità, tuttavia, è esclusa se la vedova, la compagna o altri familiari si oppongono al prelievo, oppure se gli stessi genitori sono in disaccordo.

L’urgenza è esclusivamente di natura biologica: le probabilità di recuperare spermatozoi vitali diminuiscono con il trascorrere delle ore. Le prime 24 rappresentano l’intervallo più favorevole, ma il recupero può essere possibile anche successivamente, fino a circa 72 ore dalla morte.

Conservare gli spermatozoi, tuttavia, non significa essere autorizzati a utilizzarli per una gravidanza.

Per la successiva fecondazione è necessaria l’autorizzazione del cosiddetto Tribunale per gli affari di famiglia (ente civile e laico istituito nel 1995), che deve ricostruire la volontà del defunto attraverso elementi concreti: eventuali dichiarazioni scritte, messaggi, email, conversazioni avute in vita e testimonianze della compagna, di familiari o di altre persone che ne conoscevano i desideri.

Nel caso della vedova o della compagna stabile, la volontà di avere un figlio può essere data come presunta, salvo l’emergere di elementi contrari. Quando invece sono i genitori a richiedere l’utilizzo del seme, occorrono prove più stringenti, capaci di dimostrare che una discendenza anche dopo la morte corrispondesse ai reali desideri del loro figlio deceduto.

Non siamo dunque di fronte a una banca del seme liberamente accessibile e fruibile come un catalogo della procreazione on-demand, né a un programma di riproduzione collettiva organizzato dallo Stato o da un sedicente Ministero per la perpetuazione dell’identità ebraica, che non esiste.

Naturalmente, questa pratica solleva interrogativi bioetici importanti, sui quali in Israele esiste un dibattito scientifico e giuridico tutt’altro che marginale.

Già nel 2019, sulla rivista scientifica Clinical Ethics, furono pubblicate le raccomandazioni di un comitato etico istituito dall’Associazione israeliana per la fertilità. Il comitato aveva esaminato anche la possibilità di autorizzare, a determinate condizioni, l’utilizzo postumo degli spermatozoi su richiesta dei genitori, persino in assenza di un consenso scritto del defunto.

Non mancano, tuttavia, posizioni critiche. Studiosi israeliani hanno evidenziato i rischi legati al consenso presunto e alla possibile prevalenza dei desideri dei familiari sull’autonomia della persona scomparsa. Altri interrogativi riguardano il benessere psicologico del futuro bambino, la libertà della donna coinvolta e l’influenza che il lutto, soprattutto in tempo di guerra, può esercitare sulle decisioni riproduttive. Questioni sulle quali medici, giuristi, filosofi e specialisti di bioetica continuano a confrontarsi.

Ma il recupero e l’utilizzo post mortem del materiale riproduttivo sono pratiche esclusivamente israeliane? Assolutamente no.

Negli Stati Uniti, per esempio, nel 2019 un tribunale dello Stato di New York affrontò il caso di Peter Zhu, un cadetto ventunenne dell’accademia militare di West Point, morto in seguito a un incidente sugli sci. I genitori ottennero l’autorizzazione a recuperare e conservare gli spermatozoi del figlio e, successivamente, il riconoscimento del diritto di decidere sul loro eventuale utilizzo riproduttivo.

Il giudice ricostruì le aspirazioni del giovane attraverso le testimonianze dei genitori, le dichiarazioni rese a un ufficiale dell’accademia e alcuni documenti personali, dai quali emergeva il suo desiderio di sposarsi e avere tre figli. La sentenza, pronunciata il 16 maggio 2019, lasciò ai genitori la facoltà di decidere sulla destinazione del materiale biologico. Un caso particolarmente significativo, che dimostra come una richiesta analoga possa riguardare anche la famiglia di un giovane militare americano, senza che ciò sottintenda alcun progetto di riproduzione nazionale.

In Australia, lo Stato del Queensland consente il recupero degli spermatozoi dopo il decesso, anche in assenza di un consenso scritto, purché vi siano elementi per ritenere che il defunto avrebbe approvato il loro utilizzo da parte del coniuge. Il successivo impiego richiede ulteriori verifiche e autorizzazioni.

Nel Regno Unito è invece consentito l’utilizzo postumo del materiale riproduttivo, ma con requisiti particolarmente rigorosi, tra cui il consenso scritto preventivo dell’interessato.

Israele presenta certamente alcune peculiarità, soprattutto per quanto riguarda il ruolo riconosciuto ai genitori del defunto. Si tratta però di differenze giuridiche e bioetiche, non della prova di una politica di selezione razziale come qualcuno va sobillando.

C’è infine un aspetto che merita particolare attenzione. L’identità ebraica non può essere ridotta a una questione genetica: secondo la tradizione religiosa seguita dal rabbinato ufficiale israeliano, l’appartenenza all’ebraismo si trasmette per via materna oppure si acquisisce attraverso la conversione. È un principio antichissimo, già attestato nella Mishnah, raccolta fondamentale della legge rabbinica redatta intorno al 200 d.C., precisamente nel trattato Kiddushin (3,12) e successivamente recepito dalla legislazione dello Stato di Israele nel 1970.

Attribuire quindi allo Stato israeliano un progetto di riproduzione di una presunta razza superiore significa sovrapporre alla realtà medica e giuridica una costruzione ideologica completamente fuorviante.

Criticare le procedure israeliane, discuterne la legittimità o contestarne le implicazioni etiche è del tutto lecito. Ma quando queste critiche si trasformano nell’immagine di un popolo impegnato a perpetuare la propria presunta superiorità biologica, riaffiorano stereotipi razziali che appartengono alla lunga storia dell’antisemitismo.

Il dolore di una donna che ha perduto l’uomo con il quale immaginava il proprio futuro, o quello di genitori che desiderano conservare una possibilità di discendenza del figlio scomparso, meritano un confronto serio, non una deformazione ideologica.

Fra il desiderio di dare una nuova vita e la volontà di perpetuare una razza esiste una distanza enorme. Confondere le due cose non aiuta a comprendere Israele. Contribuisce soltanto ad alimentare un pernicioso e vecchio pregiudizio.


*Francesco Speroni fino a pochi anni fa ha svolto l’attività di cameraman e editor. È stato documentarista d’arte per poi dedicarsi, a partire dal 2005, alle news, trasferendosi in Israele dove vi rimane quasi cinque anni lavorando soprattutto per Rede Globo. Dopo questo intenso periodo, si trasferisce prima in Giordania, poi nelle Filippine, dove vi rimane alcuni anni lavorando nella produzione cinematografica. 

E’ il Coordinatore per la Versilia d

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