di Giuseppe Crimaldi*
Noi che amiamo Israele non possiamo restare indifferenti di fronte al caso esploso nel giorno della Domenica delle Palme a Gerusalemme per il “divieto di accesso” a monsignor Pizzaballa al più sacro dei luoghi della cristianità. Ed io, che sono il presidente della Federazione delle Associazioni Italia Israele, ho il dovere di rappresentare le posizioni di 50 associazioni, non poche delle quali presiedute da non ebrei. E da tanti credenti cattolici.
Una premessa fondamentale. Neanche io sono di religione ebraica, non sono ebreo pur avendo pagato (come tanti altri di noi associati) ugualmente il prezzo di essere stato messo sulla graticola dei propal, che mi hanno colpito persino nella professione non senza crearmi dei problemi nel giornale per il quale lavoro (e solo per avere denunciato il caso della ristoratrice che cacciò fuori dal suo locale, a Napoli, una coppia di turisti israeliani). Il mio nome compare, inoltre, nella lista di proscrizione di “agenti sionisti” stilata da gentaglia che – senza avere il coraggio di metterci la faccia – sul web si nasconde dietro la sigla “Nuovo partito comunista”. Sono un loro “obiettivo” , ma so di essere in ottima compagnia, e questo riduce i miei affanni e le mie preoccupazioni.
Detto ciò, da cittadino italiano che si professa cattolico apostolico romano, mi venga consentito intervenire nel fuoco di paglia sollevato da un cardinale della Chiesa nella quale credo: monsignor Pierbattista Pizzaballa. Lo dico subito: un Padre della Chiesa ha tutto il diritto di rivendicare le proprie prerogative e il diritto di recarsi al Santo Sepolcro nella Domenica delle Palme. E d’altronde, iIl plusvalore della democrazia israeliana è insita nel diritto che lo Stato d’Israele riconosce da sempre a tutte le religioni di accedere e di frequentare i luoghi di culto della Città Santa. Provate a immaginare se in Arabia Saudita o in Iran – dove se solo esponi al collo una catenina con il simbolo del crocifisso o con la stella di Davide ti mandano al patibolo – analoghi diritti siano mai consentiti.
E dunque, quanto è successo oggi, nella Domenica delle Palme ci spiega almeno tre cose. La più lampante: i luoghi sacri di Gerusalemme, incluso il Muro del Pianto, sono attualmente chiusi ai fedeli di tutte le religioni: ebraica, cristiana e musulmana. Punto. E il cardinale lo sapeva bene. Era stato informato ieri ufficialmente. Non c’era alcuna limitazione al diritto al culto, era semplicemente una misura dettata per garantire l’incolumità di tutti, quella di Pizzaballa compresa. L’Iran ha già lanciato missili sulla Città Santa, e un residuo intercettato dall’Iron Dome è finito sulle tegole di un convento, a soli 40 metri dal Santo Sepolcro come in altre zone della città vecchia di Gerusalemme, mettendo a rischio i fedeli di tutte le fedi.

(I frammenti di un missile iraniano caduto a pochi metri dal Santo Sepolcro)
𝐋𝐚 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 – come ha spiegato oggi pomeriggio l’ambasciatore d’Israele in Italia, Peled – 𝐞̀ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐢𝐚𝐫𝐜𝐚 𝐋𝐚𝐭𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐞𝐫𝐮𝐬𝐚𝐥𝐞𝐦𝐦𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐫𝐚 𝐩𝐢𝐞𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐨𝐯𝐮𝐭𝐞 𝐚𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚.
Diventa pertanto strumentale il chiasso volgare scatenato, ancora una volta, dai media e dalle solite posizioni antisioniste che hanno sfiorato persino il nostro governo italiano. Bastava informarsi bene prima. Sed sic transit gloria mundi.
La seconda osservazione, che esprimo senza remore e assumendomi ogni responsabilità per ciò che scrivo, è la seguente: Israele è caduto come un tordo nella trappola del monsignore in kefyah. Lui non ama Israele e immagino che venga ripagato con la identica moneta dal governo israeliano in carica. Ma è stato lui la volpe, stavolta. Programmando astutamente l’esplosione di un caso del quale si parla adesso in tutto il mondo come di un attentato alla cristianità.
La terza osservazione è questa. Israele, che è ormai in guerra da anni sui vari fronti e per le giuste ragioni della sua stessa sopravvivenza, non prende lezioni da nessuno. Provateci voi, a vivere sotto costante minaccia di distruzione. Tuttavia questo episodio – che si sarebbe potuto e dovuto evitare, non chiedetemi come perché non sono io il ministro dell’Interno israeliano – finisce ancora una volta per danneggiare l’immagine dello Stato d’Israele. Noi della Federazione lavoriamo ogni giorno per rimarginare le ferite mediatiche che vengono inflitte nelle carni dello Stato d’Israele. Ma questo episodio diventa, inevitabilmente nella mente dell’opinione pubblica per come viene diffusa, un altro vulnus. E da persone che conosco e apprezzo ho letto persino commenti al vetriolo contro il Presidente della Repubblica d’Israele. Delle due l’una: chi oggi si permette di criticare le parole del presidente Herzog – che ha rivolto parole concilianti verso il mondo cattolico – o è in malafede o non capisce un fico secco di politica internazionale.
Ci sarebbe una quarta ragione da spiegare: la levata di scudi del ministro degli Esteri italiano e della premier. I quali, prima di intervenire a favore non tanto della Chiesa cattolica, ma piuttosto di Pizzaballa, avrebbero fatto meglio ad informarsi. Ma su questo mi astengo, per carità di Patria (e di religione).
Post scriptum: osservate le foto del Kotel, il sacro Muro del Pianto. Deserto come nemmeno ai tempi del Covid si vedeva. E fatevi un’idea voi: c’è stata compressione del diritto di culto solo a Pizzaballa?

*Presidente nazionale della Federazione delle Associazioni Italia-Israele
